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Guardando una foto: la Scuola negli anni 50


foto-4-elementare.jpg La scuola era a Cavelozzo’, enigmatica denominazione che non ha mai avuto spiegazione da parte dei nostri antenati. L’ingentilimento nella versione “cavolo zoppo” – perché così alla fine chiamavamo il posto – la rendeva addirittura più enigmatica oltre che ridicola, anche se più fantasiosa, o fiabesca considerato che sotto i cavoli nascevano anche i bambini. Ma certo, un cavolo zoppo era inspiegabile, ed è rimasto infatti inspiegato.

A scuola si arrivava percorrendo un brevissimo tratto di Via Lungo Treja, la strada che inizia da Piazza Umberto I (il cuore pulsante del paese in quegli anni e per molti ancora) e si snoda, a metà altezza del costone tufaceo della forra, lungo la riva sinistra del fiume verso la Fornace e la campagna.

Per chi veniva dai Casaletti o da Montefalcone era anche possibile la “tracolla” passando dietro S. Sebastiano e attraversando “la bettela”, ma questa soluzione era per lo più ignorata, essendo la piazza il luogo preferito dell’incontro prescolastico.

La Scuola era un vecchio edificio di tre piani, compresa la cantina, certo non era altissimo, ma la posizione sulla piccola altura, dominante lo slargo che con molta presunzione era stato battezzato “piazza” ed intitolata all’inventore della radio, lo faceva apparire maestoso rispetto alle casette sottostanti.

Certo, ripensandoci adesso, di scuola aveva solo il nome, non c’erano che cinque o sei stanze distribuite tra primo e secondo piano adibite ad aule, ma per noi che di altre scuole non ne avevamo mai viste, era semplicemente la Scuola.
E per questo nessuno di noi, comprese le famiglie, si è mai chiesto se nelle altre scuole d’Italia fosse necessario, per scaldarsi, portare da casa, quotidianamente il proprio contributo in natura sotto forma di legna da ardere, per accendere i camini delle singole aule oppure se anche nelle altre scuole, fosse necessario, per fare i bisogni, uscire dalla scuola e avviarsi verso la campagna, ad un centinaio di metri.

Questa domanda poi, come potevamo porcela se nelle nostre case non c’erano servizi igienici e neppure l’acqua corrente! E nemmeno potevamo ipotizzare che potessero esistere condizioni di vita diverse e migliori di quelle che avevamo.
Mazzano era unico, era l’inizio e la fine del mondo, tutti i paesi dovevano essere uguali, con il loro fosso, con le loro ripe, con i loro “butti” e con le loro scuole del tutto simili alle nostre. A dirla proprio tutta, io ero stato qualche volta a Roma e ero andato anche in colonia, un bell’edificio in faccia al mare con servizi igienici completi di docce, ma non ricordo che queste diversità abbiano in qualche modo intaccato le abitudini e gli atteggiamenti di sempre.

Eppure, la Direzione didattica (ma forse la consuetudine) aveva perfino stabilito una distinzione degli spazi, per i maschi (la grotta sulla strada di Moribianchi) e per le femmine (le “campane”, quegli enormi massi di tufo appoggiati gli uni agli altri in un improbabile equilibrio, a formare antri bui, a confino con l’ultima casa di Mazzano, quella di Speranza).

Quella era semplicemente la nostra scuola dove abbiamo imparato a leggere e scrivere, richiamati al dovere spesso a suon di bacchettate. Menavano tutti, il maestro, il prete, i padri, le madri, quelli più grossi, tutti ispirati dalla superiore norma morale dell’obbligo educativo comportante la correzione anche manesca di quelli che venivano ritenuti cattivi comportamenti: che cosa c’entrasse la difficoltà di apprendimento, il rendimento scolastico, l’ignoranza atavica, la mancanza di mezzi, con i comportamenti o quanto questi potesse essere influenzati da quelli nessuno ce l’ha mai spiegato e d’altro canto nessuno dei maestri pare abbia mai capito quali enormi difficoltà potessero esservi dietro lo scarso rendimento dei loro scolari, e nemmeno ha mai mostrato comprensione verso ragazzini il cui dovere più importante non era la scuola ed i compiti, ma aiutare la famiglia nei campi.

Va da sé che i nostri maestri picchiatori erano autorizzati per diritto non scritto e per sollecitazione espressa dei nostri genitori a menare bacchettate (“sor mae’ m’areccomanno, si nun ce sente… crocchia eh!”); ripensandoci adesso, mi sembra di rivedere ancora sul viso di certi educatori il ghigno del vendicatore.
Non minore era la violenza morale inflitta con le pene afflittive del “castigo” dietro la lavagna o della gogna inflitta con l’apposizione de “le recchie de somaro”, una sorta di incoronazione di scherno per essere offerti alla derisione dell’intera classe.
La violenza vera, quella si, l’ho vista molte volte esplodere addosso ai poveri somari, addirittura legati con la cavezza alle assi delle porte delle cantine o agli anelli di ferro infissi sui muri, con verghe lunghe e nodose, bastonate accompagnate da gragnole di bestemmie che evocavano per lo più il Santo protettore (dei mazzanesi e non dei somari) urlate, reiterate, colorate, con l’aggiunta di epiteti volgarissimi ed irripetibili, violenti colpi sulla groppa, sulla testa, cazzotti sul muso, a povere bestie immobilizzate ed impotenti i cui ragli e scalci non servivano certo a distogliere il violento castigatore dal suo intento punitivo, ovviamente sempre del tutto inutile oltre che dannoso.

1 commento a “Guardando una foto: la Scuola negli anni 50”

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  1. angelo colapietro il 09 dic 2009 alle 11:10 ha detto:

    Bellissimo amarcord (o brutto a seconda del punto di vista magari quello del somaro ) in ogni caso vero.
    Personalmente non ho vissuto la scuola perchè abitavo a Roma ma ricordo perfettamente l’altro problema ( servizi igienici ) . Quando il sabato e la domenica come pure tutte le altre vacanze dell’anno venivo a Mazzano in casa ( era quella del Principe del Drago sopra il negozio di Peppe Sbordoni) non c’era ne bagno, ne acqua corrente . Per i bisogni c’era ” lo rinale co lo secchio ” che veniva più volte svuotato dal muro che guarda la fontana vecchia. Per l’acqua si riempiva ” lo callaro di rame ” e si beveva con lo “sgommarello ” sempre di rame. Ricordo che l’acqua era molto più buona di oggi( illusione ?) . Considerato che la foto è degli anni cinquanta e io sono nato nel 1960 possiamo affermare che fino alla fine degli anni sessanta a Mazzano molte case erano senza i servizi igienici.
    Volevo inoltre evidenziare un particolare che emerge dalla foto che è la tipica pavimentazione in ciottolato di fiume che era presente per tutto il paese . Non so se in fase di restauro delle vie del Borgo il ripristino di questa pavimentazione potesse essere una strada percorribile,sicuramente più consona alla storia ma poco adatta alle moderne calzature.Buone feste a tutti

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