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Saverio Tutino: La libertà come paesaggio.


di Massimo Sestili

Il 28 novembre scorso è morto a Roma Saverio Tutino, un giornalista particolare, che ha saputo coniugare come pochi altri una informazione corretta e libera con l’impegno civile al fianco dei popoli oppressi. Sua è stata l’idea geniale di fondare a Pieve Santo Stefano l’Archivio Diaristico Nazionale, che raccoglie migliaia di biografie degli italiani.
Per ricordare l’uomo, lo scrittore, il compagno, ripropongo ai lettori del blog la introduzione che scrisse al volume “Nicaragua” di Riccardo Mannelli, io ne ero l’editore.
***
Ho conosciuto Riccardo Mannelli nelle fantastiche serate dell’estate romana. Nella prima metà degli anni ’80 Roma pullulava di iniziative culturali fortemente volute dall’Assessore alla Cultura Renato Nicolini. I luoghi più frequentati erano Massenzio, l’ex mattatoio di Testaccio e Piazza Navona. L’ambiente del fumetto era particolarmente vivace, in parte per la passione dell’Assessore Nicolini che collaborava a numerose iniziative, ma soprattutto perché la generazione degli anni ’70 espresse un gruppo di talenti veramente eccezionali. Pazienza, Scozzari, Tamburini, Liberatore, dopo numerose esperienze in riviste e fanzine, fondarono “Frigidaire”, rivista diretta da Vincenzo Sparagna; tra gli emergenti spiccava Bruno D’Alfonso; iniziava a farsi notare Sicomoro; esplodeva anche all’estero, soprattutto in Francia, il non più giovanissimo Eleuteri-Serpieri. Poi c’erano i grandi vecchi: Buzzelli, Magnus, Pratt e l’irrequieto Manara, considerato già allora un classico del fumetto. L’estate romana fu un grande laboratorio di esperienze, di progetti, di confronto culturale: il “grande fratello” non aveva ancora monopolizzato le nostre esistenze, le nostre menti non erano popolate da fantasmi, inoltre non avevamo nessun scheletro nell’armadio da nascondere. Ci sentivamo attivi, fieri, gioiosi e con una grande voglia di cambiare il mondo. In una delle tante cene organizzate a Piazza Navona una sera venne anche Riccardo con la sua nuova compagna argentina. Di Riccardo mi piacque subito la sua immediatezza, l’accento toscano, il rigore e il puntiglio polemico con cui esprimeva le sue idee (tratti che si ritrovano nei suoi disegni), e soprattutto la passione per la rivoluzione nicaraguense. Lo invitai nella mia libreria e parlammo a lungo dei nostri progetti; il risultato fu l’organizzazione della proiezione di un video eccezionale “Invitation to the blus” disegnato da Riccardo con musiche di Tom Waits. Nacque una grande amicizia. Nei tre mesi circa vissuti insieme è nato il progetto “Nicaragua”, la nuova casa editrice che porta il nome di mio figlio che aveva appena compiuto un anno, e il marchio (un ciuccio che incrocia un pennino) a lui dedicato. Il libro ebbe un grande successo di critica (non di vendite, naturalmente), in Nicaragua la rivoluzione aveva trionfato e la nostra amicizia si era ulteriormente cementata. Di quell’esperienza porto ancora con me i forti odori della tipografia e le lunghe chiacchierate davanti al caminetto.
Mentre lavoravamo al libro “Nicaragua” ci ponemmo il problema della Introduzione e Riccardo ebbe come al solito una intuizione geniale: farla scrivere a Saverio Tutino che in quegli anni scriveva per “Repubblica”. Il testo di Tutino ci piacque immediatamente ed oggi lo ripropongo ai lettori del blog perché mi sembra il miglior modo per ricordare un grande intellettuale e un amico.
Massimo Sestili

La libertà come paesaggio
di Saverio Tutino
(introduzione al volume Nicaragua)


Tutta la vita dell’America centrale è dominata da un’incombente minaccia tellurica: la terra si muove o sta per muoversi costantemente. Nell’arco che va dal ciclo della vita e della morte rapido e ubertoso nell’umidità tropicale all’impeto violento dei terremoti, questa regione è sempre soggetta ad un impulso “fisico motorio” primordiale. Dai cento vulcani lungo la superficie della dorsale collinosa verso il Pacifico spunta sempre almeno un vago filo di fumo, se non un addensamento stabile di vapori che si snoda in un pennacchio grigiastro di nuvolaglia.
Specchiandosi nei laghi, questi vapori, che salgono dal ventre profondo della terra, vanno a confondersi con i temporali che rovesciano di tanto in tanto stivate d’acqua dal cielo su lembi di terriccio già bagnato e corroso dai due oceani, e da corsi di fiume e da lagune, dolci o salate. Questo terriccio, piano o montagnoso, è ricoperto da una vegetazione spontanea, folta e irridente, che si fa strame e risorge dal proprio manto quasi istantaneamente, in un moto circolare così rapido e permanente che sembra percettibile a vista d’occhio.
L’uomo vive su questa terra la bellezza e l’imponderabilità dell’esistenza di un fiore, o di un’erba palustre: afferra il senso della propria natura nell’arco di una fantasia che ha tutto il controllo della dimensione del reale e tutto il senso della sua abilità. Poesia e rassegnazione, avventura e distacco convivono facilmente vicini anche nello stesso individuo. Ma soprattutto è implicito e sottinteso, in un simile contesto di paesaggio, l’amore semplice e fragrante per la libertà: il suo senso primario, la sua ovvietà. Come se qui fosse nata la trasgressione di Adamo e qui Eva cogliesse ogni giorno la mela pur sapendo quali conseguenze ne dovranno inevitabilmente discendere, posto che la natura e l’uomo si confondono sull’orlo di vulcani.
Questo è il Nicaragua. E qui è nato Cesare Sandino, che si faceva chiamare “generale degli uomini liberi”. Quando si discute da lontano sulla natura del “sandinismo” e del regime che nel 1979 si è installato a Managua è facile assumere posizioni schematiche, desunte da assimilazioni meccaniche che la storia contemporanea suggerisce sul filo di eventi che però non possono mai essere commisurati esattamente con la natura specifica degli uomini che li vivono. La piccola storia è divorata da quella grande, la più facile da assimilare; ma spesso la piccola storia si vendica con la sua fantasia dei fantasmi creati da quella grande.
I sandinisti hanno inventato una rivoluzione, quando nessuno ormai se l’aspettava. E hanno inventato anche un modello di rivoluzione che nessuno avrebbe potuto prevedere. In queste terre, agli inizi del secolo, era nato un poeta come Ruben Dario, che nessuno fra quelli che guardano il mondo dall’Europa avrebbe potuto immaginare potesse nascere sotto questi vulcani, in queste terre piene di vita sussultoria e spesso ancora primitiva che si mescola alla saggezza matura di un’esistenza sulla quale incombe la perenne minaccia di disastri. Così, oggi che il Nicaragua è diventato materia di osservazione per gli esperti di politica internazionale, sorge il dubbio che da lontano si debba almeno sospendere il giudizio prima di affermare che laggiù accadrà questo o quello, o stia già accadendo quella talcosa o quella talaltra, a noi ben nota.
Un prezioso aiuto a misurare gli eventi del Nicaragua con l’atteggiamento adeguato alla circostanza specifica di luogo e di tempo ci viene fornito ora dai disegni e dai bassorilievi di Riccardo Mannelli. La loro filosofia parte dalle stesse radici che ho cercato di descrivere. Un réportage di un giornalista reca sempre in sé il disturbo di una messa a fuoco soggettiva. Un réportage come questo porta invece nel segno minuzioso e carico di umori, il marchio che ne garantisce la genuina freschezza e l’apertura di un orizzonte nuovo. Il lettore che guarda viene dotato implicitamente della libertà che in quei luoghi si respira insieme con la polvere delle cannonate e il pesante profumo del ciclo che si consuma nel calore del tropico.
Non mi era mai capitato di leggere un libro come questo, ma non era neanche mai accaduto che avvenissero fatti come quelli che sono avvenuti e stanno avvenendo in questi anni in Nicaragua: tutto, nei disegni di Mannelli come nella vita del Nicaragua, rimane strettamente collegato a quella misura aurea, che è la misura dell’uomo.

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